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Lino

MONTE CATRIA - UNA STORIA

di Stefano Cioppi

Parlare di Lino LIUTI (Castelferretti 22.03.1947 / Monte Catria 13.03.1988) è come raccontare un pezzo di vita, della Sezione di Pesaro e mia e insieme fissare, magari semplicemente su un foglio di carta, qualcosa che ha avuto i caratteri di un'apparizione o di una meteora forse, un fenomeno "energetico" intenso e brevissimo, una scossa profonda e folgorante che ti segna, ti cambia per sempre.
Sono trascorsi quasi 12 anni da quel 13 Marzo 1988; da allora, da quel doloroso necrologio in memoria di Lino e Sergio, non ho più scritto nulla su di Lui, sulla Sua vicenda pesarese, sul gruppo che si raccolse e coagulò allora, in modo così naturale e spontaneo, attorno alle Sue idee ai Suoi progetti, tanti e ancora di più.
Faccio fatica a riordinare i pensieri, tutto mi scorre in testa e negli occhi ad una velocità alterata, senza pause, inizio e fine si confondono… Mi appoggio alla pila dei diari e mi circondo delle immagini di quegli anni, degli articoli di giornale, delle riviste di allora.
Come avrebbe varcato, Lino, ragazzo di cinquant'anni affascinato dall'anno mille, questa soglia di terzo millennio? L'avrebbe fatto come si salta nel futuro, con la naturalezza del ragazzo, Lui che coltivava la storia con tanta passione ed il proprio passato con altrettanta riservatezza.
Pochi in Sezione a Pesaro, quando vi giunse nel 1985, conoscevano Lino, la Sua brillante attività alpinistica, il Suo grande bagaglio di conoscenza ed esperienza.
La Sezione festeggia il proprio decennale, tutto il Direttivo è schierato per la foto con Walter BONATTI, Lino si intravede in ultima fila; siamo ancora pochi, alcuni amici, quel bollino ad unirci, sullo sfondo la Montagna.
Lino si inserì con discrezione in quella ristretta cerchia di Soci; sfruttando le informazioni ricevute da Teresa e dalle poche conoscenze precedenti, tra cui alcuni ex allievi dei corsi svolti in quel di Jesi, contattò diverse persone, in poco tempo le raccolse attorno a sé … sotto una parete: nessuno di noi era mai riuscito a far tanto.
Nella primavera dell'85 Lino dirigeva il 1° Corso di Roccia della nostra Sezione. Ho sotto gli occhi quell'elenco di nomi: ci sono coppie già formate, cordate spesso sconosciute alle altre, giovani e meno giovani, alpinisti "ortodossi" e sportivi "semiliberi", un'Armata Brancaleone …. con in testa un progetto comune!
Dedicò un anno intero ai Suoi Aiuto-Istruttori, l'entusiasmo pragmatico chiuso nelle agendine; e così appuntamenti, uscite, Sibillini, Rossa e Frasassi, Conero e via fino alla costituzione di un vero e proprio Gruppo Roccia, come volle chiamarlo. Ne venne eletto, un'ovvia acclamazione, Responsabile: era il 29 Agosto 1986. I primi allievi spesso al seguito, iniziammo una sorta di campagna esplorativa di tutto il verticale della nostra provincia; senza un piano apparente, in realtà battemmo, divertendoci come bambini, ogni genere di balza e quasi ogni anfratto delle nostre alte valli, dal Montefeltro ( Perticara, Pennabilli, Maiolo, Sassi di Simone e Simoncello ) al Corno di Catria, passando per il Nerone e la Balza della Penna.
Infine il Furlo: la Gola certamente affascinò Lino; probabilmente vi ritrovò, come fosse proiettato indietro nel tempo, l'atmosfera familiare dei canyons di "casa Sua", con il valore aggiunto, nella sua grande parte, del non violato.
- Lo vedo, vedo alcuni di noi là, sotto un minaccioso segnale stradale, sui volti quell'espressione di serena eccitazione che sempre accompagna i momenti della "scoperta".
E' la primavera dell'87, il giorno di Pasquetta per l'esattezza, quando Lino, calzate le "mitiche Tepa", sale lo spigolo di quella bella pala rocciosa che si sporge sulla diga dell'Enel all'imbocco della Gola del Furlo; pochi metri di salita che aprivano un'epoca nuova per l'arrampicata nel nord delle Marche. Al Fosso del Rì nasceva la prima palestra del pesarese: oggi vi si arrampica, grazie ovviamente ad una nuova, adeguata attrezzatura degli itinerari, moltiplicati nel numero e diffusi anche su altre strutture vicine, fino ai massimi gradi della scala francese.
Non aspettammo di perderLo per chiamarla SassoLino.
Dal Gennaio di quell'anno Lino era anche divenuto il mio Capo Squadra, essendo riuscito a realizzare l'ingresso, negli organici della Stazione di Jesi del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, di una squadra formata da volontari pesaresi. Riannodò così antichi legami personali, rinsaldò vecchi rapporti ma, soprattutto, lanciò un ponte tra l'acerba ma promettente realtà pesarese e gli ambienti "storici" dell'alpinismo marchigiano; gradualmente, con la circospezione degli ultimi arrivati, ci facemmo dunque conoscere nella regione, anche attraverso le realizzazioni che, stagione dopo stagione, andavamo concretizzando sulle pareti "di casa".
Lino era contento, sempre straordinariamente motivato; ricordo una sera di Settembre, un tramonto al termine di una giornata di esercitazione con gli amici jesini, in una Gola della Rossa ormai deserta mi guidò sulla Sua via più nota e pareva sfiorasse la roccia, come la brezza carezzava le chiome protese dei lecci.
In quell'autunno poi, Lino coordinava con successo (pareva non possedesse più il titolo per dirigerlo ufficialmente) il 2° affollatissimo Corso di Roccia sezionale; nonostante gli accidenti burocratici cui ho fatto cenno, Lino era soddisfatto: la partecipazione dei ragazzi lo aveva entusiasmato, gli Aiuti avevano funzionato, diverse uscite si erano svolte sulle nostre pareti e poi, al termine delle lezioni, tutti ad appendersi su qualche "progetto" interrotto. Quel fervore contagioso si diffuse ancora ed il Gruppo crebbe tanto che la vecchia, piccola sede sezionale risultò insufficiente, a volte, per ospitare le nostre animate riunioni.
Furono mesi di vagabondaggi. Non ero già più un ragazzo, allora, avevo passato i trent'anni ma mi ritrovavo a seguire Lino con una sorta di pacata docilità, nell'intimo una strana mescolanza di sentimenti: rispetto, ammirazione, desiderio di emulazione, una soffocata ma crescente spinta competitiva. Autodidatta com'ero in cose di montagna avevo finalmente trovato, in Lino, un fratello maggiore, che non avevo avuto, ed un Maestro e Lui esprimeva costantemente, col Suo agire, una innata vocazione a comunicare, a trasmettere, ad insegnare.
Mi rivolge le spalle, sospeso su quel traverso, vere scarpette da arrampicata (una rarità) ai piedi, studia il passaggio ma è come un guardare lontano, nella valle aperta: è la prima volta che mi invita a tirare da primo, Lui dietro a fare sicura, poi ci alterniamo fino in cresta ma io," la mia cima" , l'avevo toccata da subito, fin da quel ghiaione!
La stessa parete però, anche l'arrampicare erano, per Lino Liuti, parte di un universo più ampio e complesso, trovavano un senso ed una motivazione profonda in quanto parte di un viaggio, nella natura e fra gli uomini, nella loro storia o sulle tracce di questa; ed il viaggio è essenzialmente un cammino: quando non si arrampicava, perciò, si camminava, spesso si correva per montagne. Per Lino tutto il territorio era percorribile, me lo insegnò da subito.
Aveva seguito con un'attenzione tutta particolare la nascita della G.E.A. tosco-emiliana che si era fermata, proprio in quegli anni, alle porte del nostro Appennino; a lungo ne fantasticò (dopo due CamminaItalia non è forse questo il verbo più adatto) una espansione attraverso tutta la penisola. Si mise dunque presto a disposizione della Sezione e delle Comunità Montane interessate, progettando il tratto pesarese di quel "sentiero portante", con un occhio alle sue prime montagne ed un altro agli amati Sibillini.
L'attrazione esercitata su di Lui dai tanti splendidi eremi dei nostri monti ma anche dai più semplici ruderi, dalle tracce di antichi sentieri lastricati o, addirittura, da toponimi inconsueti (non dimentico una laboriosa quanto improbabile deviazione verso una Fonte della Gingualdese dal sapore così medievale…) lo portò ad immaginare percorsi tematici, veri e propri sentieri dello Spirito che io andavo tracciando su certe vecchie IGM, sempre a disagio nello zaino tra un'arancia ed un binocolo.
Quanti ritardi regala, quanta pazienza pretende e comprensione estorce un alpinista ai propri cari! Le terre alte insomma ci rapivano dalle nostre case, ci portavano via dalle nostre famiglie; i rientri, quelli erano comunque gioiosi e pieni di promesse: salire presto di nuovo lassù e vedere, conoscere ancora. Teresa, Alessandro: l'ultima tappa in quelle valli era sempre un forno per un buon pane di legna da portare a casa, una fonte dove rifornirsi d'acqua, a volte una macelleria di carne equina … perché è in arrivo il bambino. Piccole, dolci richieste di perdono.
Quello che seguì fu uno strano inverno, almeno dalle nostre parti: nevicò in Ottobre e poi in Novembre, ripetutamente, poi un'abbagliante alta pressione dominò a lungo sul nostro Appennino; ci dedicammo perciò all'attrezzatura di una nuova palestra di arrampicata, al Furlo, in alto sul Pietralata.
Il 15 Febbraio accompagnai lassù Lino e Lui vi arrampicò tutto il pomeriggio; doveva essere una sorpresa per Lui ma, soprattutto, quello era un nuovo esame per me e per gli altri ragazzi che avevano collaborato a quel lavoro: volevamo un Suo parere, di più, una valutazione sull'impegno delle salite ed un giudizio sulla bontà delle protezioni poste in opera su quel piccolo ma per noi straordinario scudo roccioso. Davanti al crepuscolo infuocato, vigilia di un brusco ritorno del maltempo che avrebbe portato tanta nuova neve sulle montagne, Lino, stanco ma divertito, sedette a lungo, lo zaino sulle spalle: poche parole su quel lavoro ma tante sul futuro, su nuovi progetti e programmi per il Gruppo, date, mete, obiettivi, fino a Giugno almeno, fino all'estate …
13 Marzo 1988 Monte Catria: le 4.00 del mattino, un'auto si lascia alle spalle il Monastero di Fonte Avellana ancora immerso nel sonno; siamo in cinque a salire nella neve, sempre più profonda, sempre più pesante, alla luce fioca delle frontali. Non fa freddo ed un vento fortissimo da ovest ci schiaffeggia a lungo finché non ci infiliamo nella forra; siamo alla Balza dell'Aquila, Lino ed io conosciamo il posto, siamo già discesi, altre due volte, in quel fascinoso budello verticale. Si è fatto giorno.
Spalle al vento, la nuvola che comprime il bosco spoglio, Lui guarda nell'obiettivo.
Con la prima doppia siamo dentro, un meandro di neve e di ghiaccio; alto, sopra di noi, l'intero fianco del monte fonde sotto la sferza del "garbino"; andiamo giù, sempre più acqua accanto a noi nel vuoto, gli occhi in alto dopo ogni crollo, fragoroso, di stalattiti.
Non guarda in macchina, Lino, in quest'ultima foto; il capo chino, sembra assorto, concentrato nell'azione.
Sono le 10.00 quando lancio le corde in quel salto e mi lascio scivolare giù; poi è la volta di Paola e di Alberto. Poi è il dramma di Sergio e l'eroismo di Lino. Se Sergio pare assopirsi, Lino ci viene strappato via, è un corpo a corpo con qualcosa di più grande, di più forte.
In quei pochi minuti si consumano, con la tragedia, due belle esistenze, perdiamo due amici, sembra finire tutto; il tempo stesso, ormai inutile, scivola via lontano, inesorabilmente fuori di noi, smarrito in una pericolosa quiete di pensieri … ma dobbiamo scuoterci, reagire, vivere: ce la facciamo. Nella forra lascio anche un po' di me stesso.
Il 23/12/88 il Presidente della Repubblica conferiva a Lino Liuti la medaglia d'oro al valore civile alla memoria.